Nel cuore del Trentino Alto Adige, esattamente nella Val di Fiemme, è custodito un tesoro naturalistico e culturale conosciuto come il “Bosco che suona“, ossia la Foresta dei Violini.

Un luogo suggestivo e incantevole: proprio qui i maestri liutai si recavano per trovare il legno giusto per costruire violini perfetti. La foresta infatti che appartiene al bosco di Panaveggio, è formato da abeti rossi, detti anche abeti di risonanza, che rappresentano un vero e proprio miracolo della natura poiché si tratta di un albero maestoso e longevo e di un legno dalle proprietà eccezionali, ricercato appunto da secoli dai migliori liutai del mondo, tra i quali ne ricordiamo uno a caso, Stradivari.

Secondo le varie leggende, pare fosse proprio Stradivari in persona ad addentrarsi nella foresta alla ricerca degli abeti migliori per costruire i suoi violini, o che lo comprasse proprio a Panaveggio, sempre di legno proveniente da abeti di risonanza, quelli rossi plurisecolari formati da un legno particolarmente apprezzato per la sua elasticità.

Come trovare l’abete rosso

Ancora oggi, non è raro incontrare liutai di tutto il mondo che camminano in questo bosco, soprattutto durante il periodo estivo con lo sguardo rivolto verso l’alto… si parte con il cercare un abete che abbia un diametro di almeno 60 cm, una fibra regolare priva di nodi, anelli interni di spessore inferiore a 2 mm e che ovviamente sia sano e dritto. Prima di essere plasmato da un liutaio deve avere almeno 150-200 anni.

Il legno da cercare non serve solo per la costruzione di violini, ma anche per altri strumenti come violoncelli e contrabbassi le cui caratteristiche sono leggermente differenti da quelle del violino.

Andare alla ricerca di un abete rosso è in realtà come andare alla ricerca di funghi porcini o di tartufi, l’importante è arrivare per primi e una volta scelto il proprio abete, questo va contrassegnato, previo consenso della Forestale. Il legno poi dovrà essere fatto stagionare il più a lungo possibile al fine di ottenere il suono migliore. Anche la tradizione vuole che il taglio del legno avvenga tra Natale e Capodanno, non prima.

Non si tratta di un legno qualunque, infatti quello dell’abete rosso grazie alle sue capacità riesce a regalare vibrazioni sonore durature e toni intensi.

La foresta dei violini grazie all’altitudine e al clima favorevole, situato tra i 1500 ed i 1900 m, conserva e mantiene una buona crescita, lenta e regolare dovuta al peso della neve che li ricopre d’inverno, qui i rami si spezzano in maniera naturale senza l’intervento dell’uomo.

È buona regola tagliare gli alberi più vecchi per dar spazio alla crescita di quelli nuovi.

Brevi cenni storici e curiosità

Riferendoci di nuovo alla storia, il Bosco di Panaveggio, che ha un’estensione attuale di circa 2700 ettari di cui in prevalenza (85%) costituita dallo strato arboreo dell’abete rosso, non è stato sempre così perfetto e armonioso.

Quello che vediamo oggi è il risultato di un lungo e accurato lavoro dell’uomo che sin dalla fine della prima guerra mondiale ha dovuto rimediare ai danni dei conflitti che si svolgevano spesso in trincee costruite dopo l’abbattimento di intere foreste che in ogni caso venivano distrutte al passaggio dei soldati.

Anche recentemente, a fine ottobre 2018, la foresta ha vissuto un’altra brutta esperienza: una bufera senza precedenti ha colpito questa foresta e nella sola zona del Latemar il vento ha distrutto 500 ettari di bosco.

Camminando per la foresta, è possibile incontrare leggii o targhe dedicate ai grandi maestri liutai nel mondo o ai grandi nomi della musica. Citiamo inoltre l’interessante tradizione portato avanti dalla comunità di Fiemme, che molto generosamente ogni estate offre la possibilità agli artisti di fama internazionale e che partecipano al Festival di musica in quota chiamato “I suoni delle Dolomiti”, di scegliere un abete personalmente. Una volta effettuata la scelta, avviene il rito del battesimo durante il quale l’esperto della Forestale, rivela il carattere e la storia dell’abete scelto dal musicista; a volte è capitato che la storia della pianta e quella dell’artista avessero delle caratteristiche in comune, segno della forte empatia ed energia che si viene a creare tra uomo e natura.

Il rito si conclude con l’esibizione di un brano musicale dedicato dall’artista al suo abete.